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mercoledì 29 aprile 2009 | Autore:

jazz e poesia

Musica e poesia. Come se fosse semplice distinguere l’una dall’altro.

Domenica ce ne daranno una prova Maurizio, coi suoi toni crepuscolari e dannati, e Fabio, col suo suono aperto e solare, a supportare e contrastare la voce e le parole.

Riuscire ad afferrare l’orizzonte è come cercare di nascondersi dove Radio Maria non si prende. E se invece le volontà, i desideri, le paure, ci spingessero laddove crediamo di non poter arrivare, con la mente e con il cuore, con le ossa e con lo stomaco, calpestando i propri passi in una vita che vita non è, in una terra che terra non è…

in un periodo, che periodo non è.

In un sentiero segnato dal loop & bass di Fabio Di Tanno e dalle parole di Maurizio Amendola, saranno emanati segnali in un sentiero del tempo, alla ricerca di vie d’uscita e sprazzi di luce tra le ombre segnate dalle lancette e dal battito continuo del nostro cuore.

martedì 28 aprile 2009 | Autore:

22.4.2009

Stasera il cambio dimensione può avere sfumature diverse. Sono partito dal binario 6, con la sensazione di essere a metà strada tra un povero diavolo e un povero angelo, dove sono le ali o la coda a far la vera differenza. Eppure nessun fuoco mi insegue, sono consapevole della serata che sto per affrontare, macinerò questi pochi chilometri per rimanere lo stesso altrove.

Cambiano i colori, saranno figli del mio tempo.

Vengo da un viaggio ben più lungo, chilometri e chilometri affranti da panorami inopportuni, continui ricordi che fanno tabula rasa del presente, lasciano il tempo che trovano alle sensazioni inopportune di tutto ciò che tu sei.

Di tutto ciò che io sono qui,

ora.

Non ho preso l’autobus, stavolta l’ho rifatta a piedi. Conosco ormai bene le direzioni, so arrivare dove devo senza controllare cartine satellitari, ho bene in mente l’opportuno punto cardinale. Ho comprato il biglietto dell’autobus per poi regalarlo a due ragazzini che avevano paura di non trovare la coincidenza per tornare in tempo a casa. Ho attraversato piazza Dante piazzandomi gli auricolari nelle orecchie e versandomi imput per il resto delle sere che mi aspettano.

Saranno lunghe, e il Metropolis lo sa.

“Preferisco un poeta ad un poeta sconfitto” , canta nei miei timpani Faber mentre cammino in via Carducci.

Cammino evitando ogni pensiero, perché in realtà mi chiedo di quale invidia dovrò soffrire stasera, di quante guinness ascolteranno i miei inutili lamenti. La verità è che cammino come se Livorno fosse la mia città, come se fossi a mille chilometri di distanza e stessi andando dal mare alla mia camera da letto. Macino passi consapevole che il cambio dimensione cominci ad essere un’ora d’aria.

E tutto questo, in realtà, non so se sia effettivamente un bene.

Vedo la statua di Cavour, il mio orientamento funziona. Osservo i motoscafi parcheggiati, la mia attenzione è colpita da una barchetta verniciata di rosso  infiltrata lì in mezzo sena un perché. Ha l’albero spezzato, è circondata da due scafoni bianchi ben più nuovi. Però lei non sembra vergognarsi, ha l’età per rimanere in piedi, per galleggiare. Dovrei prendere esempio, mi dico.

Termino la mia auto-ramanzina sulla soglia del Pub.

Entro e saluto adellam con uno sguardo e il Pilo con un cenno. Esseri umani hanno già occupato i punti migliori per godersi lo spettacolo, io mi faccio spinare la mia prima pinta ed esco fuori e pensare a non so cosa. Dopo poco il Pilo esce fuori con la sua pinta di ceramica personalizzata, la poggia sul tavolino al mio fianco e rientra. Dopo un secondo riesce e dopo un altro rientra. Prima di una serata solitamente il Pilo è eccitato, ma non schizzato come stasera. Finalmente si blocca e da’ l’ultimo sorso alla pinta.

” Quale partita del cazzo c’è stasera? ”

” Una che tra poco sarà finita ”

Guardo l’orologio, mi do’ ragione.

“Lui dov’è?”

“Da Toni, sono andati a magiare”

Rilancia lo sguardo nel pub e di nuovo sulle lancette.

“Vado a dirgli di prendersela con calma”

Senza aggiungere altro il Pilo si incammina per la traversa vicina, dove Kevin Welch starà probabilmente scoprendo il cinque e cinque .Mentre lo osservo allontanarsi esce dal pub un signore di mezza età, posa la birra vicino alla mia e si accende una sigaretta. Attacca bottone in un attimo e mi racconta del concerto di Bob Dylan visto l’altra sera, concerto di Dylan numero 32 della sua vita, lui che ha visto il concerto di Newport in cui Dylan è stato contestato, lui che può dire “io c’ero”, lui che conosce da trent’anni il tecnico di palco di Dylan che gli fa vedere la scaletta perché l’aveva lì vicino, e Dylan che ha un carattere di merda decide la scaletta 20 minuti prima di cominciare il concerto, e lui lo sa, lui, il nostro uomo che mi parla un po’ appesantito, concludo la conversazione appena il Pilo ritorna e vado a mettere in playlist Ballad of a thin man , per ricordarmi del Dylan che piace a me.

Mentre l’uomo magro cammina nella stanza con la matita in mano e si chiede chi sia l’uomo nudo che ha intravisto, entra Kevin Welch.

Il nostro uomo è fottutamente alto, veste interamente di nero con i jeans che si infilano nei vecchi stivali, la camicia sbottonata a far vedere un po’ di petto. Ha i capelli lunghi e lo sguardo saggio, che viene da Nashville glielo vedresti scritto in fronte se non lo sapessi. Dietro di lui vedo camminare colei che lo accompagnerà nella serata.

Kelley Mickwee è il suo nome. La sua bellezza è disarmante e io che da una vita giro senz’armi chiedo un’altra pinta ad adellam. Osservo per un attimo il vestito azzurro che le avvolge la pelle e i capelli castani, cerco lo sguardo ma appena lo incrocio non ho il coraggio di reggerlo. Grazie a Dio la pinta è pronta e credo di esserlo anch’io, il Pilo sorride ormai a manetta e smania quando Kevin e Kelley aprono la custodia degli strumenti. Lui tira fuori la chitarra e lei il mandolino, accordano il poco che c’è da accordare e prima di cominciare si scambiano uno sguardo che lascia immaginare il mondo. Dopodiché lui scandisce il tempo e l’arpeggio blues che parte cambia colore all’universo. Il mio piede destro si dimentica di essere attaccato al corpo e comincia a battere il tallone sul pavimento che mi sorregge,  e i miei pensieri sono su un treno che corre a 100 miglia orarie mentre Kevin canta Killing myself.

Si guarda l’orologio,

i sogni vanno avanti,

si guarda in basso,

si sente lo scoccare delle lancette che va avanti,

tic tic tac,

tic tic tac

I guai riescono fuori dalla mente, le giornate, il sole che tramonta sempre più tardi e non si dorme, i sogni continuano, vanno avanti. Kevin Welch ha una classe infinita nel dirci tutto questo, una voce che è una coperta di lana e un camino in fiamme mentre fuori nevica, e Kelley accompagna tutto questo con una voce leggera, come le sue mani che accarezzano il mandolino e lo fanno risuonare nell’aria.

Io sono nell’aria, sono ormai sciolto, sono già altrove.

Il resto delle canzoni ci fa respirare l’aria di un America che desidereremmo tutti. Vedi il deserto, le strade infinite e i chilometri che nella vita devi fare e ti aspettano e ti chiedi quando li farai, su quale mezzo, con quale cuore.

Ascolto orgoglioso di essere qui, stasera.

Durante la serata il treno accelera sempre di più, diventa lungo, freddo.

“piango poco, piango quando devo” , dice Kevin, non posso che essere d’accordo con lui. I blues si alternano, anche Kelley canta alcune canzoni con Kevin che si limita ad accompagnarla e ti accorgi perché Dio li fa e poi li accoppia, a prescindere dal dubbio se Dio ci sia oppure no.

L’ultima canzone Kevin ce la presenta come una vera e propria preghiera e ti accorgi perché.

Fai che io li veda crescere, until i’m too young – to die old. La preghiera di un padre, sono parole che toccano la mente e il cuore, spezza le ossa, piega in due lo stomaco.

Quando finisce tutto io sono completamente a pezzi, e vorrei fermarli e dirgli grazie per tutto questo, per esserci stati. Mi riavvicino al banco quando la gente comincia a sfollare e adellam mi riempie la pinta senza neanche chiedermelo. Al mio fianco si avvicina Kevin e si prende un whiskey, io mi faccio coraggio e gli chiedo un favore. Tiro fuori il moleskine e gli chiedo di scriverci su qualunque cosa che gli venga in mente che non sia il suo nome, qualunque cosa lui voglia. Gli dico che anche fuck you va bene. Lui non fa una piega e scrive:

after 23 years, I finally arrive in Italy. It’s about fucking time. KW, April ’09

Lo leggiamo insieme, sorridiamo, lo ringrazio. Lui ringrazia me per aver ascoltato.

Dopo un secondo si avvicina anche Kelley e chiedo a lei la stessa cosa. “Everything i want?”, mi chiede, e io annuisco sorridendo. Lei sorride divertita e molto più chiaramente di Kevin scrive:

Time flies like an arrow.

Fruit flies like a banana.

Ciao, Grazie!

Kelley ’09

Mi chiede se capisco e io le dico di si, la ringrazio. Lei mi da due pacche sulla spalle e si gira verso Kevin abbracciandolo.  Rimetto il moleskine in tasca e do’ un altro sorso alla guinness.

E’ Andata bene, molto bene, anche stasera.

Lo so io e lo sa chi c’è stato. Stasera ho avuto l’opportunità di ascoltare un grande, di viaggiare ancora su mondi che conosco solo io, e tutto questo qui, al Metropolis.

Ancora una volta.

martedì 17 marzo 2009 | Autore:

12.03.2009

Un’occasione chiama una fuga, un buon motivo per prendere un treno.  Se in una città le facce e le strade si somigliano e le conosci, possono dirti tutto ma spesso e volentieri se lo tengono per sé, basta appunto un motivo, un’occasione, per cambiare dimensione. Allora venticinque chilometri prendono il tempo di un teletrasporto, e tra luci e binari e fabbriche e buio si riappare sotto una statua  che richiama al Risorgimento, parola sconosciuta nel presente più distante.

Sembra tutto acceso, ma io conosco la strada che porta ad una nuova dimensione. Ho da girare un angolo, da aprire una porta, per poter riaprire gli occhi.

Il Metropolis è un pub giovane, ma ha i muscoli per reggere i confronti con il mondo. Mi dirigo direttamente verso una delle sue armi, e il Pilo lo sa che la serata deve ancora cominciare, e i miei occhi chiamano una pinta di Guinness per prepararmi ad una nuova partenza. Sono tante, qui dentro, le altre dimensioni da raggiungere. La mia prima pinta mi riporta indietro, verso una terra lontana ma neanche tanto, nessun posto è davvero così lontano. Temple Bar è ormai la Piazza dei Miracoli di Dublino, dove la massa di turisti ti spinge verso il bancone più vicino. Ma quando con la grinta di un operaio delle miniere più oscure, l’uomo dietro al banco ti presenta la tua nuova pinta schiumante di draught sussurrandoti cheers sir, non si può far altro che chiudere gli occhi e sentirne bene il sapore. Mi accorgo di averli ancora chiusi, li riapro e sono al Metropolis.

Non posso far altro che appoggiare per un attimo la pinta sul banco, guardare adellam e dirgli che la serata è cominciata bene.

Un’occasione chiama una fuga, l’occasione stasera sono le FIMM. Nell’attesa  e nelle parole le pinte diventano due e credo anche tre, mi distraggo volentieri insieme a Fabietto  che mi ricorda di continuo la differenza che ci può essere tra Maggiore e Minore, tra luce e buio, tra gioia e malinconia. Dato che sono molte le dimensioni da raggiungere mi alzo solo per toccare lo schermo delle playlist, dove ho libero arbitrio sul sottofondo su cui viaggiare. Scelgo, mi riposiziono sullo sgabello per la partenza, Jenis Joplin canta Summertime e io mi chiedo se è tutto vero, se è tutto così distante, che cos’è che tocco con mano, che cos’è che vedo… vedo proiettato dietro di me un uomo che distrugge le catene che lo tengono legato,  tocco con mano la tiepida pinta che diventa inevitabilmente più leggera… vedo quattro donne, con i lunghi capelli sciolti, che prendono posizione con i loro strumenti, a pochi metri da me.

A sinistra siede la percussionista, prende il suo bodhran e comincia ad accarezzarlo con la stessa leggerezza con cui i suoi capelli le scendono lisci dietro la schiena. Lunghi, neri…non colgo il colore dei suoi occhi, me li immagino profondi, assenti, pungenti. Al suo fianco, in piedi, si posiziona la violinista. Ho notato il suo sorriso attraversare il locale, la sua camicetta verde che vedrò danzare al ritmo delle sue note. Sprigiona energia, vita, vento che taglia colline sterminate al tramonto.  Sto ricominciando a viaggiare, man mano che prende forma la loro musica. Al fianco della violinista si posiziona un’altra giovane donna, vestita di nero, pronta a far soffiare il suo flauto traverso.  Alla sua destra, vicino al muro, siede la chitarrista. I loro capelli biondi spezzano in due il gruppo. Sono pronto a viaggiare.

Il bodhran comincia a segnare il passo, a scandirlo nello spazio, a dare un ritmo al battito del cuore.

La chitarra crea la corsa, la leggerezza e la grinta. Il flauto e il violino sono il tappeto su cui viaggio attraversando la Manica in un attimo, dalla Bretagna all’Irlanda, senza nemmeno chiudere gli occhi. Mi distraggo dalla Guinness mentre danzo nel vento assieme alle FIMM, e io sono leggero come non riesco ad esserlo da tempo. Le ragazze ci raccontano una storia, la storia di due corvi che vagano senza sapere cosa mangiare, ma uno si ricorda di un cavaliere morto non molto lontano su cui banchettare. Il flauto traverso parte, il suono che emana sembra segnare la scia dei due corvi che volano nel cielo freddo e inosservato da anima viva. Mi sento uno dei corvi, riesco a vedere il cavaliere… poi mi perdo. Mi perdo perché la musica comincia ad essere un macigno nei miei pensieri, le voci delle ragazze mi hanno tagliato in due, e io ricomincio a chiedermi dove sono, in quale dimensione, in quale terra.

Fossero tutte così le sere.  Con un motivo, con una vita che sai che in quel momento stai vivendo. Basta appunto un motivo, un’occasione, per cambiare dimensione.

Grazie alle FIMM.

il 17 Marzo è San Patrizio. Tornerò dal Pilo, tornerò da adellam.

Tornerò al Metropolis.