22.4.2009
Stasera il cambio dimensione può avere sfumature diverse. Sono partito dal binario 6, con la sensazione di essere a metà strada tra un povero diavolo e un povero angelo, dove sono le ali o la coda a far la vera differenza. Eppure nessun fuoco mi insegue, sono consapevole della serata che sto per affrontare, macinerò questi pochi chilometri per rimanere lo stesso altrove.
Cambiano i colori, saranno figli del mio tempo.
Vengo da un viaggio ben più lungo, chilometri e chilometri affranti da panorami inopportuni, continui ricordi che fanno tabula rasa del presente, lasciano il tempo che trovano alle sensazioni inopportune di tutto ciò che tu sei.
Di tutto ciò che io sono qui,
ora.
Non ho preso l’autobus, stavolta l’ho rifatta a piedi. Conosco ormai bene le direzioni, so arrivare dove devo senza controllare cartine satellitari, ho bene in mente l’opportuno punto cardinale. Ho comprato il biglietto dell’autobus per poi regalarlo a due ragazzini che avevano paura di non trovare la coincidenza per tornare in tempo a casa. Ho attraversato piazza Dante piazzandomi gli auricolari nelle orecchie e versandomi imput per il resto delle sere che mi aspettano.
Saranno lunghe, e il Metropolis lo sa.
“Preferisco un poeta ad un poeta sconfitto” , canta nei miei timpani Faber mentre cammino in via Carducci.
Cammino evitando ogni pensiero, perché in realtà mi chiedo di quale invidia dovrò soffrire stasera, di quante guinness ascolteranno i miei inutili lamenti. La verità è che cammino come se Livorno fosse la mia città, come se fossi a mille chilometri di distanza e stessi andando dal mare alla mia camera da letto. Macino passi consapevole che il cambio dimensione cominci ad essere un’ora d’aria.
E tutto questo, in realtà, non so se sia effettivamente un bene.
Vedo la statua di Cavour, il mio orientamento funziona. Osservo i motoscafi parcheggiati, la mia attenzione è colpita da una barchetta verniciata di rosso infiltrata lì in mezzo sena un perché. Ha l’albero spezzato, è circondata da due scafoni bianchi ben più nuovi. Però lei non sembra vergognarsi, ha l’età per rimanere in piedi, per galleggiare. Dovrei prendere esempio, mi dico.
Termino la mia auto-ramanzina sulla soglia del Pub.
Entro e saluto adellam con uno sguardo e il Pilo con un cenno. Esseri umani hanno già occupato i punti migliori per godersi lo spettacolo, io mi faccio spinare la mia prima pinta ed esco fuori e pensare a non so cosa. Dopo poco il Pilo esce fuori con la sua pinta di ceramica personalizzata, la poggia sul tavolino al mio fianco e rientra. Dopo un secondo riesce e dopo un altro rientra. Prima di una serata solitamente il Pilo è eccitato, ma non schizzato come stasera. Finalmente si blocca e da’ l’ultimo sorso alla pinta.
” Quale partita del cazzo c’è stasera? ”
” Una che tra poco sarà finita ”
Guardo l’orologio, mi do’ ragione.
“Lui dov’è?”
“Da Toni, sono andati a magiare”
Rilancia lo sguardo nel pub e di nuovo sulle lancette.
“Vado a dirgli di prendersela con calma”
Senza aggiungere altro il Pilo si incammina per la traversa vicina, dove Kevin Welch starà probabilmente scoprendo il cinque e cinque .Mentre lo osservo allontanarsi esce dal pub un signore di mezza età, posa la birra vicino alla mia e si accende una sigaretta. Attacca bottone in un attimo e mi racconta del concerto di Bob Dylan visto l’altra sera, concerto di Dylan numero 32 della sua vita, lui che ha visto il concerto di Newport in cui Dylan è stato contestato, lui che può dire “io c’ero”, lui che conosce da trent’anni il tecnico di palco di Dylan che gli fa vedere la scaletta perché l’aveva lì vicino, e Dylan che ha un carattere di merda decide la scaletta 20 minuti prima di cominciare il concerto, e lui lo sa, lui, il nostro uomo che mi parla un po’ appesantito, concludo la conversazione appena il Pilo ritorna e vado a mettere in playlist Ballad of a thin man , per ricordarmi del Dylan che piace a me.
Mentre l’uomo magro cammina nella stanza con la matita in mano e si chiede chi sia l’uomo nudo che ha intravisto, entra Kevin Welch.
Il nostro uomo è fottutamente alto, veste interamente di nero con i jeans che si infilano nei vecchi stivali, la camicia sbottonata a far vedere un po’ di petto. Ha i capelli lunghi e lo sguardo saggio, che viene da Nashville glielo vedresti scritto in fronte se non lo sapessi. Dietro di lui vedo camminare colei che lo accompagnerà nella serata.
Kelley Mickwee è il suo nome. La sua bellezza è disarmante e io che da una vita giro senz’armi chiedo un’altra pinta ad adellam. Osservo per un attimo il vestito azzurro che le avvolge la pelle e i capelli castani, cerco lo sguardo ma appena lo incrocio non ho il coraggio di reggerlo. Grazie a Dio la pinta è pronta e credo di esserlo anch’io, il Pilo sorride ormai a manetta e smania quando Kevin e Kelley aprono la custodia degli strumenti. Lui tira fuori la chitarra e lei il mandolino, accordano il poco che c’è da accordare e prima di cominciare si scambiano uno sguardo che lascia immaginare il mondo. Dopodiché lui scandisce il tempo e l’arpeggio blues che parte cambia colore all’universo. Il mio piede destro si dimentica di essere attaccato al corpo e comincia a battere il tallone sul pavimento che mi sorregge, e i miei pensieri sono su un treno che corre a 100 miglia orarie mentre Kevin canta Killing myself.
Si guarda l’orologio,
i sogni vanno avanti,
si guarda in basso,
si sente lo scoccare delle lancette che va avanti,
tic tic tac,
tic tic tac…
I guai riescono fuori dalla mente, le giornate, il sole che tramonta sempre più tardi e non si dorme, i sogni continuano, vanno avanti. Kevin Welch ha una classe infinita nel dirci tutto questo, una voce che è una coperta di lana e un camino in fiamme mentre fuori nevica, e Kelley accompagna tutto questo con una voce leggera, come le sue mani che accarezzano il mandolino e lo fanno risuonare nell’aria.
Io sono nell’aria, sono ormai sciolto, sono già altrove.
Il resto delle canzoni ci fa respirare l’aria di un America che desidereremmo tutti. Vedi il deserto, le strade infinite e i chilometri che nella vita devi fare e ti aspettano e ti chiedi quando li farai, su quale mezzo, con quale cuore.
Ascolto orgoglioso di essere qui, stasera.
Durante la serata il treno accelera sempre di più, diventa lungo, freddo.
“piango poco, piango quando devo” , dice Kevin, non posso che essere d’accordo con lui. I blues si alternano, anche Kelley canta alcune canzoni con Kevin che si limita ad accompagnarla e ti accorgi perché Dio li fa e poi li accoppia, a prescindere dal dubbio se Dio ci sia oppure no.
L’ultima canzone Kevin ce la presenta come una vera e propria preghiera e ti accorgi perché.
Fai che io li veda crescere, until i’m too young – to die old. La preghiera di un padre, sono parole che toccano la mente e il cuore, spezza le ossa, piega in due lo stomaco.
Quando finisce tutto io sono completamente a pezzi, e vorrei fermarli e dirgli grazie per tutto questo, per esserci stati. Mi riavvicino al banco quando la gente comincia a sfollare e adellam mi riempie la pinta senza neanche chiedermelo. Al mio fianco si avvicina Kevin e si prende un whiskey, io mi faccio coraggio e gli chiedo un favore. Tiro fuori il moleskine e gli chiedo di scriverci su qualunque cosa che gli venga in mente che non sia il suo nome, qualunque cosa lui voglia. Gli dico che anche fuck you va bene. Lui non fa una piega e scrive:
after 23 years, I finally arrive in Italy. It’s about fucking time. KW, April ’09
Lo leggiamo insieme, sorridiamo, lo ringrazio. Lui ringrazia me per aver ascoltato.
Dopo un secondo si avvicina anche Kelley e chiedo a lei la stessa cosa. “Everything i want?”, mi chiede, e io annuisco sorridendo. Lei sorride divertita e molto più chiaramente di Kevin scrive:
Time flies like an arrow.
Fruit flies like a banana.
Ciao, Grazie!
Kelley ’09
Mi chiede se capisco e io le dico di si, la ringrazio. Lei mi da due pacche sulla spalle e si gira verso Kevin abbracciandolo. Rimetto il moleskine in tasca e do’ un altro sorso alla guinness.
E’ Andata bene, molto bene, anche stasera.
Lo so io e lo sa chi c’è stato. Stasera ho avuto l’opportunità di ascoltare un grande, di viaggiare ancora su mondi che conosco solo io, e tutto questo qui, al Metropolis.
Ancora una volta.
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